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Verso il piano triennale del turismo
Piattaforma di progettazione partecipata

5 - marzo - 2012

LA FORZA DELL’APPARTENENZA terza parte

Scritto da paolo bonadonna | Operatori turismo - Savona

In primo luogo vi è la distintività dei valori e delle pratiche del gruppo in rapporto a quelle di altri gruppi comparabili.

Quanto più saliente è l’immagine del gruppo rispetto a quella di gruppi alternativi, tanto più facilmente può svilupparsi l’identificazione a livello individuale.
L’intero processo si fonda quindi su una comparazione (contaminazione) tra gruppi diversi che può peraltro essere influenzata strategicamente da chi ha responsabilità di leadership.

Gli esercizi di benchmarking, per esempio, possono essere utilizzati proprio per proporre nuovi termini di paragone capaci di stimolare una ridefinizione dell’identità dell’in-group (ovvero dell’organizzazione focale) e quindi un mutamento progressivo dei suoi valori e delle sue pratiche.
Allo stesso modo, diluire la propria identità collettiva rendendola troppo simile a quella di altri gruppi o disperdendola all’interno di istituzioni sovraordinate, incapaci a loro volta di avere la forza necessaria per imporsi come nuovo target dei processi di cui discutiamo, significa esporsi al rischio di perdere la coesione sociale e l’impegno dei singoli membri del gruppo appartenenti all’associazione.

Per governare bene favorendo lo sviluppo economico e sociale, occorre mantenere una compattezza interna e una condivisione di valori e obiettivi che solo realtà simboliche forti come le associazioni emerse dal lavorio della storia possono ancora oggi supportare, stante peraltro il poco attraente pallore ancora evanescente.

Tornando ai fattori che favoriscono l’identificazione, la ricerca indica anche il prestigio dell’Associazione.

Quanto più alto è il prestigio del gruppo, percepito magari da persone che sono importanti e significative per noi, oltre che da noi stessi, tanto maggiore è la possibilità di elevare il nostro senso di autostima sentendoci una cosa sola con esso.

È questo un elemento delicato proprio per le associazioni/istituzioni.

Dovrebbe indurre, infatti, a essere ancora più consapevoli di quanto siano gravi, in termini di sfilacciamento
del tessuto associativo, due comportamenti nei quali insistiamo con pericolosa pervicacia: il primo consiste nell’autodenigrazione e nella svalutazione del nostro prestigio collettivo.

Il secondo nella scarsa attenzione che poniamo alle conseguenze del diffondersi e del rafforzarsi di stereotipi negativi, riferiti al paese, nella comunità locale, visto soprattutto che siamo poi i primi a crederci con compiaciuto zelo.

È poi più forte l’identificazione con la propria comunità di appartenenza (in-group) se la presenza di uno o più gruppi alternativi (out-group) diventa particolarmente saliente e percepita come tale.

È questo un effetto noto a tutti i leader, che sanno che non c’è niente di meglio dell’indicare un presunto “nemico” esterno per compattare il consenso interno e ottenere così quella coesione capace di zittire eventuali critici.

Anche per le aziende, la competizione con un concorrente preciso costituisce uno stimolo forte, capace di cambiare il clima interno: si pensi,per esempio, a come il duello serrato tra AZIENDE abbia costituito un elemento decisivo per la definizione delle reciproche identità e per il carisma che queste esercitano sui rispettivi addetti.

Alcune dinamiche interne ai gruppi si sono dimostrate capaci di influenzare i processi di identificazione.

Tra queste, vi sono studi che dimostrano il ruolo positivo della frequenza delle interazioni (contaminazioni) tra i membri del gruppo e della quantità di bisogni individuali che questi riescono a soddisfare al suo interno; dei rapporti di simpatia interpersonale e della vicinanza fisica; del condividere le stesse esperienze e dell’avere gli stessi obiettivi.

Se vogliamo favorire il senso di appartenenza alla loro alma mater dei nostri associati, dobbiamo farlo anche costruendo e mantenendo vivo un’ “AGORA’” dove queste cose siano possibili.
Dove soddisfare insieme, oltre al bisogno associativo, anche quello di socializzare.
Dalla quale si riporterà solo l’impressione di avere già pagato abbastanza per l’appartenenza che non pare essere poi così determinante nell’influenzare la qualità degli anni di vita e lavoro a venire.

Rovesciare tutto questo, trasformare la propria appartenenza nel proprio ingroup, diverso da tutti gli altri e attraente più di tutti gli altri, al punto da voler portare su di sé i segni chiari di questa appartenenza.


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